Che cosa dobbiamo fare?

XVIII Domenica del T.O.

Che cosa dobbiamo fare?

Con la moltiplicazione dei pani Gesù intendeva porre un segno, ma non fu capito. Avevano fame e si saziarono, tutto lì. E’ vero che a stomaco vuoto non si ragiona, ma è anche vero che non esiste soltanto la fame materiale, ma pure quella spirituale: “Datevi da fare per il cibo che rimane per la vita eterna”.

Quando gli viene chiesto: “Cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?”, Gesù non definisce cos’è la Volontà di Dio. Così si è finito per immaginare la volontà di Dio come una specie di programmazione autoritaria dell’occupazione del nostro tempo, riempiendo di ansietà la nostra creatività e libertà; divinizzando ciò che Dio vuole fin nel dettaglio. Qui invece la volontà del Padre è definita in una parola: “Colui che accoglie il Figlio nella fede ha la vita eterna”.

Cosa vuol dire accogliere, credere nel Figlio?

Credere che Gesù viene dall’alto, è l’inviato del Padre. Questa discesa di Gesù prosegue con una salita che passa attraverso la morte e la resurrezione. Quando si accetta questo circolo che parte dal Padre e ritorna al Padre passando per la Pasqua, quando si accetta di seguirlo sul cammino del ritorno siamo sulla linea della fede totale, vuol dire credere nel Figlio, aver fede.

Basta ricordare che Pietro (Mt 16) accetta l’idea che Gesù viene dal Padre, ma non vuol sentir parlare di ritorno attraverso la Croce.

Questa fede è dono del Padre, attrazione del Padre, insegnamento del Padre. L’origine della fede è la stessa dell’origine di Gesù. Il discepolo dunque percorre nella fede il giro stesso della strada di Cristo: dal Padre, al Padre.

Il desiderio di vedere, di avere delle prove, di reclamare dei segni è tentare Dio. E' il peccato fondamentale per cui si rifiuta di dar credito alla Parola cercando la conoscenza (Gen 3), cercando un test. Qui ci è detto che la fede dinanzi ai segni non manca se è recettivo all’insegnamento del Padre. Voler vedere è sfiducia; ricevere la Parola è fiducia, è lo spazio dell’amore. “La fede viene dall’ascolto” dice San Paolo.

In Giovanni  si arriva alla vera fede attraverso i segni, si passa attraverso i segni. La conclusione di Giovanni è: “Beati coloro che credono senza aver veduto”. E’ lo sfondo indispensabile per capire il discorso di Cafarnao.

Per affrontare il discorso dell’Eucarestia deve essere chiaro quello della fede. Non si può credere nell’Eucarestia se non si crede nell’Incarnazione .

I Giudei non erano pronti e “mormoravano contro di Lui perchè aveva detto di “essere disceso dal cielo”. Avevano gli stessi problemi dei suoi paesani di Nazareth che non lo riconobbero come Figlio di Dio, perché avevano conosciuto Giuseppe e Maria, suoi genitori.

Gesù non fa sconti e dinanzi alle mormorazioni ribadisce il suo messaggio con forza: “Io sono il pane della vita”. Stava annunciando quello che sarebbe stato il fondamento della sua  Chiesa: l’Eucarestia.

Per accettare l’Eucarestia ci vuole la fede. Sono le prime parole che il sacerdote pronuncia dopo la consacrazione del pane e del vino: “Mistero della fede”, a cui il popolo di Dio risponde con un atto di fede: “Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua resurrezione, nell’attesa della tua venuta”. E’ la professione più completa della fede della Chiesa che riconosce nell’Eucarestia la continuazione del mistero della redenzione con cui Gesù Cristo salva il mondo.

“Signore dacci sempre di questo pane”.  La vita cristiana è la vita stessa del Figlio di Dio. Ricevendo in pienezza la vita divina venuta dal Padre, noi la doniamo e per mezzo nostro, suoi canali, va a raggiungere il prossimo e così tutta l’umanità. Mangiare l’Eucarestia è la sorgente di tutta l’energia della Chiesa, è possedere la forza stessa di Dio.

Il Padre Brebeuf e i suoi compagni gesuiti, che hanno evangelizzato il Canada, furono  martirizzati dopo avergli tagliato le dita e mangiate. Gli Uroni, gli indiani del Nord America erano pieni di ammirazione per tanto coraggio. Li uccisero perché erano cristiani, ma anche per poter mangiare il loro cuore e così, follia del capo, avere lo stesso loro coraggio, essere grandi come loro.

Quello che noi mangiamo ha influenza sulla nostra vita. Si diviene ciò che si mangia.

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