Concittadini di Cristo

XIV Domenica del T.O.

Concittadini di Cristo

La pagina del vangelo di oggi ci presenta Gesù al suo paese per trascorrere un fine settimana. Gesù era ormai famoso per i miracoli che altrove aveva operato e per le cose che si dicevano di Lui. Curioso, quindi, l’atteggiamento che tiene al suo paese, con quelli che lo conoscevano fin da bambino. Un atteggiamento serio, si direbbe senza sconti a nessuno. Non è di quelli che dicono “tengo famiglia”. Anche dai suoi esige un riconoscimento: la verità. Probabilmente era più difficile che per altri: riconoscere il Figlio di Dio dopo aver conosciuto suo padre, il falegname di Nazareth.

Lo riconoscono soltanto pochi malati che guarì.

Penso ai suoi compaesani che avevano sentito parlare di Lui e che sicuramente desideravano rivederlo, anche per poco tempo, di passaggio da casa, magari a trovare sua madre e i parenti. Questo però non basta perché operi miracoli, ci vuole la fede, la vera fede in lui.

E’ facile associare la situazione dei Nazaretani alla nostra; anche noi, più o meno siamo compaesani di Cristo. Anche se qualche strano personaggio vuol far fuori la sua immagine dalle scuole, è innegabile che la nostra cultura è intrisa di Lui, è cultura cristiana. Si sentono ancora le campane, si fa festa la domenica, si vedono processioni e, ancora in gran parte d’Italia, l’età dell’infanzia è contrassegnata dai sacramenti dell’iniziazione cristiana. Tutto questo una volta si chiamava cristianità, di cui alcuni vogliono negare ormai l’esistenza. Potremmo dire che è innegabile che Cristo è un nostro compaesano, tutti sappiamo chi è, conosciamo i suoi parenti.

E’ una bella cosa, sono dei valori che si trasmettono, ma non basta per realizzare il miracolo di essere cristiani, cioè di credere che lui è il Figlio naturale di Dio, l’unico Salvatore del mondo.

L’atteggiamento dei suoi compaesani è veramente strano, ma ci conferma in un atteggiamento che è abituale anche a noi. Riconoscevano che faceva miracoli e che era pieno di sapienza, ma non si capacitavano come potesse essere possibile che questo avvenisse al figlio del falegname del paese. Lo spirituale, il soprannaturale ce li immaginiamo associati allo straordinario, sicuramente associato “agli effetti speciali”, come avveniva nell’Antico Testamento, dove né uomini né animali potevano avvicinarsi al monte santo su cui Mosè conversava con Dio.

Per i Nazaretani non era facile accettare il mistero dell’Incarnazione. Eppure tutta la nostra fede è in queste tre parole “Il Verbo si è fatto carne”, “Verbun Caro factum est”. E’ facile credere in  Dio, anche perché non è di grande disturbo, ma non è altrettanto facile accettare che il Figlio di Dio è nell’Eucarestia, che si riconosce nei poveri e in coloro che a tutto fanno pensare meno che al creatore del mondo. Ciascuno tende a farsi un Dio su misura, ad immaginarselo e credere che quello è Dio vero, mentre invece non è quello vero, ma il “tuo” Dio, che adorandolo adori te stesso, non il vero Dio.

Il vangelo di oggi ci interroga sulla verità della nostra fede.

Perché sono cristiano? Ponendo questa domanda alle persone più varie, soprattutto durante le celebrazioni della cresime, ricevo le risposte più originali.

“Lei è cristiano?

“Come no, tutti qui siamo cristiani!”

“Ma perché è cristiano?”

“Questa medaglietta d’oro me l’ha messa mia madre il giorno della prima comunione e non l’ho mai tolta”. “Pensi, ho anche una zia suora”. Quasi che si diventasse cristiani per parentela.

Certamente tutto bello e rispettabile del proprio modo di avvicinarsi a Gesù, ma, a quanto pare, non era ritenuto sufficiente per ricevere i miracoli. E la fede fa i miracoli. E poiché la fede è un dono si può chiedere  per passare dalla condizione di simpatizzanti di Cristo a suoi amici e discepoli.

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