L'occhio interiore

XXX Domenica del T.O.

L'occhio interiore

Ci sono due specie di ciechi: quelli che non hanno mai visto, che son ciechi dalla nascita, e quelli che hanno cessato di vedere. I secondi si rendono ben conto di ciò che hanno perso mentre i primi non si ricordano di niente perché non hanno mai visto.
Per quanto riguarda le cose di Dio noi siamo tutti ciechi dalla nascita. Non abbiamo mai visto Dio ancora. Tutto quello che sappiamo di lui lo sappiamo per sentito dire attraverso altri che ce lo hanno detto. Al momento del battesimo abbiamo ricevuto i sensi spirituali, con cui vedere le cose di Dio. Abbiamo ricevuto gli occhi interiori, gli occhi del cuore ma al momento son chiusi, siamo ciechi. Questi occhi si apriranno al momento della morte, o se per grazia particolare ci capita di incontrare personalmente Gesù sul nostro cammino come il cieco di Gerico.

Ma anche senza un tale incontro abbiamo la grazia di sapere che siamo ciechi, ne siamo convinti e ne abbiamo fatto l’esperienza.
Il rischio che corre un cieco nato-spirituale è precisamente di non rendersi conto che è cieco. E’ il rimprovero che Gesù faceva ai farisei: non di essere ciechi ma di pretendere di vedere essendo dei ciechi.(Gv 9,39)
Questo rischio è ancora più grande quando siamo convenientemente istruiti nelle cose della fede, capaci di recitare delle formule e addirittura di spiegarle razionalmente. Di trasmetterle.
Noi conosciamo delle formule della fede ma non sperimentiamo, per così dire non percepiamo niente anche se pensiamo di vedere, di comprendere, di essere solidamente ancorati nella fede, di avere una fede a tutta prova.
Questo ci deve servire come campanello d’allarme: le sicurezze e le certezze della nostra testa non sono assolutamente alcuna garanzia. Sono esse che minacciano la nostra cecità. Non siamo ancora convinti di essere ciechi nel cuore.
Le nostre certezze intellettuali devono essere soggette a cauzione, i nostri dubbi sono segni rassicuranti. Solitamente pensiamo il contrario, che i nostri dubbi siano dovuti alla nostra fede insufficiente mentre invece sono dei segni che ciò che noi pensiamo di sapere su Dio non basta più, ci lascia con la nostra fame e un altro desiderio si leva dal nostro cuore: vorremmo conoscere Dio in modo diverso, vorremmo vederlo sentire concretamente la sua presenza di amore. I nostri dubbi sono quindi incoraggianti.
Colui che non dubita si contenta delle sue certezze superficiali; ma come Dio potrà essere credibile, intelligibile per una conoscenza umana? Esisterà una prova per cui abbiamo cominciato a credere. Il dubbio apre una falla nel nostro cuore attraverso la quale la vera fede potrà infiltrarsi. Jean Guitton diceva “Io dubito. Dunque credo!”. Una fede non fondata su argomenti apologetici raffinati che San paolo, per rifiutarli chiamava “discorsi persuasivi della sapienza umana” (1 Cor 2,4), ma su una manifestazione della potenza dello Spirito. E che apparirà sempre come una follia pe la ragione umana e che solo un cuore i cui occhi lentamente cominciano ad aprirsi potrà assaporare. Mai completamente quaggiù.

Un carissimo amico, biblista, Pietro Rossano, era talmente convinto di questo mistero della fede che aveva scelto come suo motto episcopale “in speculum et in enigmate” Noi conosciamo come in uno specchio, in un enigma. (1Cor 13-12) Non sentiamo pienamente Dio, lo presentiamo, Non godiamo ancora pienamente di Lui , lo pregustiamo. Non abbiamo la pienezza della luce che ci illuminerà a pieno ma le prime luci che ce lo fanno desiderare ancora di più.
Ecco la nostra fede, ancora oscura ma di una tenebra orlata di luce e che è il primo annuncio della manifestazione definitiva di cui ci assicura San Giovanni: ”Noi saremo simili a lui perché lo vedremo così, come Egli è”(1 Gv 3,2)

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