Ce l’abbiamo fatta

Ce l’abbiamo fatta

Ce l’abbiamo fatta - e speriamo che non siano le “ultime parole famose”! - a non essere le vittime del coronavirus. Almeno materialmente parlando, perché socialmente e psicologicamente siamo ammalati tutti. Non parlo poi di noi candidati al “coronagloriae”, in quanto vecchietti, perché la cosa prende davvero del pittoresco.

Sono riusciti a farci vivere unicamente del Coronavirus. Vivere chiusi in casa, proibito andare in chiesa; e poi lavorare da casa, studiare da casa; proibito uscire da casa se non per portare il cane per le sue necessità. Alla televisione solo coronavirus: i giornalisti non avevano problemi per intrattenere e, ovviamente, ulteriormente condizionare i poveri reclusi. Stasera ho visto che l’Annunziata ha intervistato il presidente dell’associazione dei parenti dei morti bergamaschi del coronavirus. Forse siamo alla fine dei coinvolti nel tema. Quello che è peggio è che sono stati capaci di bloccare l’attenzione di tutti su una malattia, che, ovviamente non si guarisce con la comunicazione anche perché il contagio era ostacolato dai carabinieri e dalla Polizia più che dal convincimento dei mass media. Eppure ci sono problemi ancora più gravi e capaci di attirare l’attenzione e far superare tutte le remore messe per difenderci dalla malattia: stiamo assistendo allo spettacolo americano dell’antirazzismo che non può non trovarci solidali con chi lotta per la fondamentale giustizia sociale. Esiste qualcosa di più grave della pandemia (che pure è grave!).
Pare che la pandemia si sia ridotta. Abbiamo buone ragioni per sperare che sia finita. Credo che per prima cosa dobbiamo superare la sindrome dei malati potenziali e vedere negli altri dei possibili attentatori della nostra salute e degli untori. Le regole che ci hanno dato per prevenire, credo che facciano parte della buona creanza per un popolo che viene da una esperienza pesante, ma non capace di condizionare tutta una vita. Penso che debba essere rivisto il galateo delle relazioni, dei saluti e delle espressioni di amicizia. Non è proprio necessario abbracciarci e baciarci tutte le volte che ci incontriamo e nelle conversazioni mantenere le dovute distanze esprime educazione e rispetto verso l’interlocutore. Ma soprattutto non considerarci più in stato di malattia e il coronavirus il centro di interesse di tutta la civiltà contemporanea. Ciascuno ha la sua vita e deve viverla fino in fondo. Abbiamo superato la malattia e Dio ci concede ancora vita per metterci a servizio del prossimo e viverla dignitosamente per la sua gloria.
Credo che questo sia il tema fondamentale da affrontare: perché non sono tra coloro che in questa occasione se ne sono andati? Perché sono ancora qui? Cosa vuole Dio da me? Sono domande fondamentali e di non facile risposta soprattutto per chi era abituato ad un lavoro dipendente e ora si trova ad essere libero imprenditore dei suoi giorni, del suo tempo, organizzatore del suo servizio. Tutto quello che possiedo è un dono che Dio mi concede a servizio della creazione e dei fratelli.
Cosa fare? Ovviamente chiederlo al Datore dei tuoi beni, a Dio in persona. Lui è il grande organizzatore del lavoro dell’umanità, perché conosce la manodopera che ha a disposizione e le qualità dei singoli individui. Penso spesso al numero dei disoccupati e alla mancanza di operai in certi campi di lavoro; penso allo straordinario lavoro che hanno fatto i sindacati per difendere la dignità dei lavoratori, ma anche alle complicazioni che creano per poter far lavorare qualcuno. Credo che se fossero poste delle condizioni per tutti i lavori, condizioni serie e ragionevoli come, almeno, una laurea breve per chi fa il ministro dello Stato, e soprattutto la dignità richiesta per lo svolgimento di tutti i lavori, ci sarebbe il lavoro per tutti.
Mi auguro che dopo il tempo della malattia non ci sia anche quello della convalescenza sociale perché allora saremmo davvero una società malata per vocazione.

La fede in tempo di pandemia

Copyright © 2019 giuseppemani.it - Powered by NOVA OPERA