Dopo il Coronavirus

Dopo il Coronavirus

Stiamo andando verso la fine dell’esperienza di questa pandemia che sicuramente, come ogni esperienza di vita, ci ha fatto scoprire qualcosa di nuovo, ci ha fatto crescere col rischio di farci dimenticare quanto avevamo imparato prima ritenendolo superato. Indiscutibilmente l’uso dei mezzi di comunicazione ha fatto prendere coscienza a tanta gente dell’esistenza di questo nuovo modo di comunicare. Ma purtroppo soltanto alcuni hanno saputo sfruttare la situazione e non i migliori.

Tre sono stati gli ambiti toccati: i rapporti sociali, la scuola e la religione.
I rapporti sociali. E’ spaventoso vedere il commercio delle persone che si vendono attraverso la pornografia, quante vivono portandosi in tasca col proprio cellulare questa droga e verificare il numero degli utenti di questo materiale. I giovani sono coinvolti, e non soltanto loro. Salta l’educazione fondamentale dell’uomo: quella della propria affettività e sessualità. E’ una spaventosa premessa delle famiglie dei prossimi anni. Non esiste censura e, temo, pochissima vigilanza dei genitori nei confronti dei figli. La formazione all’uso di questi nuovi mezzi è fondamentale come l’informazione del mercato del sesso come una delle cose più abominevoli che apre le proprie agenzie in tutte le case con i mezzi di comunicazione. In questa pandemia gli unici negozi aperti giorno e notte, sono stati questi ed è spaventoso pensare al degrado a cui sta arrivando l’umanità.
Attraverso questi mezzi si creano rapporti, si formano coppie e si combinano matrimoni, si compra a peso in un tempo in cui si esalta la dignità della persona umana.

L’altra dimensione è la scuola. Dai mezzi di comunicazione viene esaltata come una soluzione ideale quella di far scuola collegandosi col computer. Contattando gli insegnanti le conclusioni sono del tutto diverse: le famiglie che mancano dei computer sufficienti per i figli, la sofferenza di far vedere la propria abitazione, la mancanza del contatto con i propri compagni, è questa la cosa più lamentata, e con gli insegnanti. Lo scopo della scuola non è soltanto quello di informare ma di educare e, diceva Don Bosco, che se ne intendeva, l’educazione è un problema di cuore. Temo che questa esperienza apra la via ad una pratica che diventi abitudinaria per risolvere facilmente situazioni difficili, sarebbe affidare alla tecnica quello che la pigrizia sociale rende difficile. lo stesso si dica per i consigli di classe in cui si decide del futuro di un giovane…….spaventa il solo pensarlo. Non sto a giudicare l’intelligenza con cui sono state date le varie comunicazioni circa lo svolgimento degli esami finali, vero capolavoro per stimolare gli alunni a non studiare.
Sempre nell’ambito della cultura mi chiedo se il ministro Franceschini serve per le nomine nei musei o per promuovere la cultura dei cittadini. Il caro amico Ettore Benabei parlava della dimensione formativa della Televisione ed aveva ragione. E’ possibile che ad un ministro della cultura non sia passato per la mente di condurre mediaticamente nei migliori musei i poveri italiani chiusi in casa e lasciare invece il tempo e lo spazia alla pornografia e ad altre sciocchezze tipiche della nostra televisione? Non credo che ci vogliano dei geni per intuire la necessità di un servizio del genere e tanto meno i mezzi per poterlo fare.

Per quanto riguarda la pratica della fede il problema è ancora più serio. Continuando il discorso precedente e sapendo che la chiesa è custode delle più grandi opere d’arte, dei più bei musei e delle più belle chiese ; memore che tutto è stato fatto per evangelizzare, le pitture erano la “Biblia pauperum”,la Bibbia dei poveri, e soprattutto sapendo che “solo la bellezza ci salva” perché Dio è la somma Bellezza, perché gli uffici nazionali di catechesi, di comunicazioni sociali, chi ha in mano i vari SITI della CEI e del Vaticano non hanno sentito la responsabilità dell’ora presente di organizzare una grande catechesi portando ogni giorno i fedeli a conoscere una chiesa, un museo, un santuario, a fargli incontrare con un personaggio dell’arte della storia, penso a Donatello le cui opere sono chiuse a Quirinale, penso ad una catechesi fatta nella Sistina vedendo Michelangelo, penso anche alle più belle Madonne che ci hanno lasciato i nostri artisti che ispirano preghiera.
Invece ho visto un cardinale recitare, ogni giorno, il Rosario teletrasmesso dai siti vaticani, davanti a una Madonna dai dolciastri colori pastello e con un cappello di lampadine in testa, di lampadine , dico, davanti all’altare del Bernini. E poi ci domandiamo perché la Madonna non ci ascolta. Con tutte le Madonne che hanno in Vaticano. Abbiamo pregato davanti al Cristo di San Marcello ma l’ha pagata cara stando diverse ore sotto l’acqua. L’esperienza della pandemia, se ha messo in moto la buona volontà di tanti preti, ne ha manifestato anche tutto il limite.
C’è stata una proliferazione di celebrazioni delle Messe ad ogni ora, anche in contemporanea con quella del Papa senza rendersi conto che per presentarsi bisogna essere presentabili, il prete o il vescovo celebrante non può avere la propria circonferenza corporea superiore a quella dell’altare o celebrare in una cappella in cui c’è spazio soltanto per lui con sotto lo schermo l’ironica proposta di cliccare per ampliare lo schermo. E poi il modo di celebrare! Ma possibile che dopo tanti anni non abbiano imparato a mente la parte che devono recitare; mi faceva notare una signora, offesa perché mentre il prete parlava con il fedeli “Il Signore sia con voi……. ecc”, stava scartabellando per cercare i segni del messale che non aveva preparato. Stiamo scherzando. Mi sono ricordato la battuta di un professore quando si cominciò a celebrare la Messa rivolti al popolo: “Meglio non vedere cosa fate, meglio prima.. così non ci avete guadagnato niente.” Capisco perché è stato scritto che si poteva fare anche a meno della partecipazione alla Messa. Si impara a pregare vedendo pregare, come i discepoli del Battista e di Gesù. Non so se dopo aver assistito a certe celebrazioni sia nata una gran voglia di tornare in chiesa per partecipare direttamente.
Non ce l’ho né con i preti né con i miei confratelli, il Signore accetta la buona volontà ma ai fedeli non basta, ci vuole anche la qualità. Prediche e catechesi ne sono state fatte poche anche se lunghe e lette da apparire come la quarta lettura. Credo che anche per la Chiesa la pandemia sia stata un noviziato per l’uso dei nuovi mezzi di comunicazione che, ovviamente non saranno mai mezzi di evangelizzazione, magari di informazione se fatti bene.

 

La fede in tempo di pandemia

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