Salvare quelli che ci restano

Salvare quelli che ci restano

Quando trent’anni fa divenni vescovo ausiliare di Roma e, lasciato il seminario, cominciai a visitare le parrocchie soprattutto per le Cresime rimasi colpito dalla folla che vi partecipava. Ne parlai col Vicario , il Card. Poletti, e Lui, con realismo che lo caratterizzava mi rispose “conti quelli che vengono a far la comunione dai quindici ai settanta anni e vedrà che le nostre folle son fatte di nonni e di nipotini”.

Aveva ragione, i giovani erano pochissimi già trenta anni fa, adesso ho continuato a contare e sono meno di allora. . Anzi trovo aggravata la situazione circa lo stesso numero dei cresimandi: solo una piccola percentuale di quelli che hanno fatto la Prima Comunione fanno anche la Cresima, significa che dopo due o tre anni di catechesi per la Comunione, spariscono. La situazione è seria e, purtroppo mi sembra che invece “di chiesa in uscita”, sarebbe meglio parlare in fuga.
La chiesa ha sempre avuto una particolare attenzione alla formazione giovanile, basti pensare ai grandi ordini religiosi nati nell’ottocento a questo scopo: salesiani, maristi scolopi, e un centinaio di altre congregazioni più piccole ma non meno influenti. Don Bosco, di cui anch’io sono alunno, con la sua pedagogia ha formato generazioni di persone, oserei dire salvato generazioni di giovani con i suoi oratori e le scuole professionali. Lui è il vero grande genio dell’educazione col suo “sistema preventivo” che è come la scoperta del’acqua calda “per educare bisogna essere presenti”, il luogo dell’educazione è il cortile, l’educazione è una questione di amore. Sono principi eterni ma che Lui ha applicato cominciando con lo stare con i giovani, facendogli fare ciò che insegnava. La mia generazione ha fatto anche l’esperienza dell’Azione Cattolica in cui fin da bambini eravamo impegnati in un programma educativo ben scandito, non fosse altro dal giornale settimanale che arrivava a milioni di ragazzi che i preti giovani dovevano seguire con un metodo ben preciso e una fedeltà che non ammetteva evasioni. I santi educatori hanno dato la massima importanza alla scuola. Nacquero così le scuole cattoliche che hanno formato intere generazioni di cristiani impegnati offrendo una chiara educazione confessionale: dovevano insegnare ed educare alle virtù cristiane come dicono, tanto per citarne due, Sant’Ignazio e Don Bosco.
La chiesa ha mollato la sua attenzione al problema dell’educazione delegando alle famiglie l’educazione alla fede, preferendo i poveri e impegnando sul sociale persone e mezzi ma lasciando sprovvista quella parte che gli era propria. Era lo stato obbligato a garantire il sostentamento ai cittadini non ad educarli alla fede. A livello caritativo si son viste opere meravigliose mentre però si spopolavano le chiese e cresceva l’ignoranza religiosa. Un cardinale parlava di “Chiesa crocerossina” più che di Chiesa “madre e maestra”.
Anche la chiesa fatta di nonni e di nipotini, come diceva il Card. Poletti, non avrà lunga durata perché i nonni se ne andranno e i nipoti dopo la Prima Comunione fuggiranno se le cose continuano così.
Cosa fare? Ovviamente l’unica cosa che deve fare la chiesa: evangelizzare quei giovani che ci restano per fare di loro degli autentici evangelizzatori della loro generazione e nello stesso tempo riequilibrare la chiesa rimettendo al centro il suo fondamentale dovere che è quello dell’evangelizzazione e in questo investire persone e mezzi. E’ facile capire che è più semplice dar da mangiare agli affamati che istruire gli ignoranti, dar da bere agli assetati che educare alla fede ma questo non ci dispensa dal nutrimento spirituale di cui, addirittura, non si sente non soltanto la fame ma neppure l’appetito.
Ho pensato anche che questo sinodo potrebbe riconoscere Don Bosco Dottore della Chiesa. E’ un vero maestro nel campo dell’educazione; e l’educazione è una disciplina importante per annunciare il Vangelo. E’ stato un educatore alla fede eccezionale se si pensa che un suo alunno quattordicenne, Domenico Savio, andò in estasi dopo aver ricevuto l’Eucarestia. Dare il titolo di dottore a Don Bosco servirebbe a richiamare l’attenzione sull’educazione della gioventù come impegno centrale della chiesa di oggi.

Lettera della settimana

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