Non è degno di me

XIII Domenica del T.O.

Non è degno di me

Quando si ascoltano queste parole di Gesù si rischia di fermarci sull’immagine dell’eroismo. Di uomini , dei “martiri” che hanno perso la loro vita o la perdono per Gesù Cristo. D’altra parte queste parole sono state pronunciate in un contesto di crisi. E’ vicino Il momento in cui Gesù sta per essere crocifisso. Il momento in cui può contare i suoi discepoli: rimane solo con un uomo e tre donne ai piedi della Croce.

Se riusciamo ad eliminare l’immagine eroica : quest’uomo e questa donna che si compromettono con il condannato agiscono per fede: sanno che Gesù è il solo che può salvare la loro vita, che tutti i tentativi di esistere al di fuori di Lui sono illusioni. Loro scelgono la vita che al momento gli appare col volto della morte. “Da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna.” L’amore di se e l’amore per Cristo non sono così opposti come si potrebbe credere.

La spada. Non capita tutti i giorni di dover dare materialmente la vita per Cristo. Il vangelo non è soltanto per le situazioni estreme. Le situazioni estreme ci rivelano quello che siamo chiamati a vivere costantemente. Il versetto 34 ci parla di Cristo che è venuto a portare la spada. Ora la spada è simbolo della Parola in quanto separa e giustamente il nostro testo ci parla di separazione dalla propria vita. Si sa: Dio crea separando. Un universo senza differenze sarebbe in effetti sinonimo di niente perché sarebbe un universo senza un possibile amore. La separazione è ciò che permette che si sia un “io” e un “Tu”.
Per vivere, per esistere per essere se stesso bisogna liberarsi, separarsi come Lazzaro che uscì dalla tomba, come il cordone ombelicale che deve essere rotto perché l’uomo possa cominciare a nutrirsi da se stesso e trovare la propria autonomia. Il Cristo, Parola-Spada, viene a rompere i legami che ci legano per permetterci dei legami che non ci legano. Già nella Genesi si legge” L’uomo lascerà il padre e la madre” per unirsi ad una donna, da cui far sorgere la vita. Ogni rottura evangelica ci permette di unirci a Cristo.

La nascita. La Bibbia ci parla sempre di partenze, di separazioni creatrici. Al centro c’è l’Esodo che si ripercuote su tutto il libro. “Lascia il tuo paese. La tua famiglia, la casa di tuo padre” si sente dire Abramo; e i discepoli dovranno lasciare la loro barca e il loro padre e più tardi andare” fino agli estremi confini della terra”. La seconda lettura ci dice questo in termini di vita nuova. Tutto questo è un processo di nascita, perché Dio è genitore, è colui che fa nascere. Per questo che noi lo chiamiamo Padre e Colui che genera il Figlio. “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”(Gv10,10). E’ evidente il gesto pasquale con quello della nascita spirituale dall’acqua e dallo Spirito Santo. Questa è l’immagine di Dio che dobbiamo far nostra; ha per noi un progetto per la nostra propria vita, progetto di nascere a ciò che dobbiamo essere e che “non è ancora manifestato”. Progetto anche di aiuto agli altri a nascere a se stessi.

Il padre, La madre, il figlio e la figlia. Quello che abbiamo detto dimostra esattamente che non può avvenire se uno rimane legato per sempre ai propri genitori e alle cose del suo passato. Il seme deve lasciare l’albero per far un altro albero. Un certo modo di amare e di possedere il proprio figlio e la propria figlia nega la vita dei genitori e dei figli stessi. Non si può vivere senza lasciar vivere. Queste evidenze psicologiche hanno un aspetto che riguarda Dio, la nostra relazione di creature con Lui noi stessi e gli altri senza contare che tutti gli atteggiamenti captativi nascondono avarizia e volontà di dominio. La chiamata di Cristo nel vangelo è una chiamata alla libertà.

Copyright © 2019 giuseppemani.it - Powered by NOVA OPERA