Don Pietro è nella Gloria

Don Pietro è nella Gloria

Era l’ora! Non mi ha stupito la notizia della morte di Don Pietro. La sua Vocazione si era compiuta. Il piano di Dio realizzato. Era maturo per il cielo, è andato a continuare  “faccia a Faccia” quel compito che quaggiù ha svolto nel mistero di una vita sacerdotale. La scorsa settimana si parlava del trapianto del fegato e, poi dei reni, per guarire. MI sono venute in mente le parole di una mistica “Dalla Croce non si scende, si risorge”. E’ stato così anche per Don Pietro. “E’ risorto, non è qui”.

Lo trovai al Seminario Romano quando nel settanta fui nominato Direttore spirituale. Anni impegnativi e difficili ma apparteneva ad una classe di grande qualità. Dei suoi compagni due sarebbero diventati vescovi: Moretti e Petar Solic che morì dopo pochi mesi di ministero come Ausiliare di Spalato. Don Pietro era già segnato da una malattia agli occhi che lo avrebbe portato all’assoluta cecità, come poi avvenne, ma viveva la sua situazione con normalità e speranza senza isolarsi dagli altri ne risparmiandosi nello studio in cui impegnava la sua non comune intelligenza. Raggiunse il sacerdozio e fu mandato Vice parroco alla Parrocchia dei Sacri Cuori dove fu apprezzato e ricercato per il ministero delle confessioni e della direzione spirituale. La sua quasi cecità lo faceva trovare in situazioni imbarazzanti che raccontava negli incontri con i preti e di cui Lui era il primo a ridere, come quando, visitando la salma di un defunto, fece le condoglianze al portiere e quando per uscire invece della porta aprì lo sportello di un di un armadio.

Durante le uscite e le gite sceglieva sempre qualcuno che gli facesse da angelo custode. Di me non si fidava perché, diceva che mi scordavo di lui. Ci preoccupò tutti invece quando in gita al Monte Athos camminando sulla piattaforma della piccola imbarcazione finì in una botola che lo trasferì al piano di sotto, quella volta ci pensò l’Angelo Custode, quello vero, a soccorrere, come diceva lui, il povero don Pietro.

Inutile dire la stima di tutti i suoi amici preti tanto che non stupì nessuno quando fu nominato Direttore Spirituale del Seminario Romano. Era giovane, quasi non vedente, ma indubbiamente spirituale. Insieme a Lui fu scelto anche  Mons Petragnani, anziano ma di grande esperienza di anime. Fecero una coppia perfetta , erano davvero Spirituali, parlavano molto con Dio e i seminaristi avevano in loro un modello di uomo spirituale.

Col passare degli anni la malattia avanzava fino a diventare cecità, quando formalmente mi chiese di pensare ad una sostituzione. Dinanzi alla mia resistenza promise di continuare a venire una volta alla settimana come confessore straordinario. Mi chiese anche di pensare ad una parrocchia che lo accogliesse e in cui potesse confessare e fare direzione spirituale. E poi, dopo avermi detto di non ridere, mi chiese di farlo fare Monsignore per dare una soddisfazione ai suoi familiari, cosa che il Cardinale Poletti fece immediatamente.

Cercando tra gli amici pensai che la parrocchia di san Policarpo potesse essere accoglierlo e che rispondesse ai suoi desideri. Fu così. Il parroco Don Guerrino con gli altri sacerdoti fu felice di accoglierlo e divenne il confessore di tanta gente e ricercato direttore spirituale.

Era l’icona del prete classico: corona in mano, silenzioso , seduto o in cammino verso il suo confessionale. Le anime si conquistano con la preghiera e la croce e Don Pietro se l’è conquistate tutte pagandole unendo il suo al Sangue di Cristo.

Non è mai stato bene in salute, a parte la vista, gli ultimi tre anni sono stati anni terribili fino a ridurlo nelle condizioni del povero Giobbe. Non c’era un organo della sua persona che non fosse colpito dalla malattia e Lui pazientemente ha tutto sopportato con amore. La differenza tra lui e Giobbe era negli amici. Giobbe ebbe quelli che ben conosciamo, Don Pietro invece figli e figlie fedelissimi che lo hanno aiutato a portare la Croce fino alla fine. Aveva davvero insegnato loro a servire Cristo nei malati.

Don Pietro era prete fino in fondo e sapeva cosa il Signore voleva da Lui, come realizzare il suo sacerdozio, come partecipare al sacrificio di Cristo. Lo sapeva fin da seminarista che la sua meta era l’altare e soltanto l’altare per dire a tutti che il Prete è tutto nella Messa e per condurre tutti alla Messa. Lo aveva capito bene “Chi vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” e lo aveva seguito senza lamentarsi, certamente non ridendo ma sereno di quella serenità che è propria di chi è trasfigurato dallo Spirito. Adesso vede non soltanto il nostro presente ma anche il nostro futuro, quel dopo coronavirus che tutti cerchiamo di immaginare e a cui può adesso collaborare  perché la nostra strada sia quella percorsa da Cristo che sarà necessariamente in salita verso il Calvario perché “Dalla Croce non si scende, si risorge”.

11 Gennaio 2021                                                  +Giuseppe Mani

Lettera della settimana

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