Ho visto Dio in un uomo

Centenario della nascita di San Giovanni Paolo II

Ho visto Dio in un uomo

Tra le tante grazie che il Signore mi ha fatto c’è stata quella di conoscere personalmente alcuni Santi, alcuni canonizzati e altri invia di canonizzazione. Ricordare soltanto il loro nome mi fa sentire migliore.

Madre Teresa , Don Divo Barsotti, I Cardinali Dalla Costa e Ballestrero, P. Pedro Arrupe, P. Mendizabal SJ, Don Giuseppe Dossetti, Don Oreste Benzi e altri santi anonimi ma i cui nomi sono scritti in cielo e nel mio cuore. Tra questi uno occupa il primo posto: San Giovanni Paolo II. Ero in piazza San Pietro quando alla fine del suo funerale si alzò lo striscione “Santo Subito” e applaudii piangendo insieme ai vescovi che mi erano accanto. L’ho conosciuto e mi ha conosciuto: mi face rettore del Suo Seminario, Suo vescovo ausiliare, Ordinario Militare e Arcivescovo di Cagliari e ho la gioia di poter dire di essere stato fatto di sua mano, “Ti ho fatto ….. Ti mando… Vai.. farai benissimo” Grazie, Grande Uomo di Dio!
In Lui ho visto Dio in un uomo. L’esperienza è indescrivibile perché Dio non si può descrivere, è l’esperienza del contatto col “Mistero” che si sperimenta in certe situazioni. Ogni volta che lo incontravo, anche a pranzo, ed avveniva negli ultimi tempi almeno una volta alla settimana, ero curioso di vedere dove emergesse Pietro, e non restavo mai deluso. Nella normalità della vita traspariva una profondità che sorprendeva e questo senza pose, senza ricercatezze né spirituali né tanto meno populiste. Lo abbiamo visto in tutte le situazioni: sciare sull’Adamello come una rondine, disse il presidente Pertini, in piscina in costume da bagno mentre si faceva il segno della croce prima del tuffo, sanguinante in Piazza San Pietro, in pigiama nel letto al Gemelli, in carrozzina e ormai privo di parola che con quel pugno sul leggio ci disse più che con una predica. Era un uomo perso in Dio e accompagnato da Maria a cui si era affidato tutto” Totus tuus”. Non aveva nessun interesse che non fosse Dio e la sua chiesa.
Era completamente morto a se stesso, potevano vestirlo come il faraone mettendogli paramenti e mitrie del secolo scorso o come arlecchino come per l’apertura della Porta Santa di cui ne parlò tutta la stampa con suo grande stupore quasi, quel piviale, non l’avesse portato lui. Una volta, durante il pranzo il discorso scivolò sulla sua salute, era già fortemente segnato dal parkinson, si riprese subito e quasi chiedendo scusa disse che quelle erano cose che non lo riguardavano, erano problemi dei medici.
Con la sua vita testimoniava tutte le dimensioni della fede: l’amore per i poveri come operaio nelle miniere della Solvay, la persecuzione fino al martirio con l’attentato, l’esperienza della parrocchia, come vice parroco, dell’insegnamento, come docente universitario e della diocesi come vescovo, che lo rendeva presente a tutte queste realtà da viverle in prima persona incarnandosi in tutte le situazioni ma soprattutto è stato un grande testimone della vita di fede fino alla mistica: sembrava davvero che “vedesse l’invisibile”. Aveva una sorprendente capacità di perdersi in Dio attraverso la preghiera anche quando era circondato dalla folla.
Era proprio un santo, un uomo pieno di Dio. Si parlava addirittura di miracoli compiuti ancora in vita cosa che non avrebbe stupito. La sua santità traspariva ed era evidente anche per color che non credevano. Il Presidente Scalfaro mi raccontava lo stupore di un politico non credente e neppure battezzato che era rimasto sconvolto alla presenza di quest’uomo fino a piangere con sua grande confusione. Fidel Castro ringraziò formalmente Papa Benedetto per aver beatificato Wojtyla. Lo ricordo così a cento anni dalla Sua nascita, sperando che di uomini così non ne nasca uno al secolo e ringrazio Dio per essersi fatto vedere in un uomo e per averci dato in Lui un modello di come deve essere il cristiano di oggi e di domani: un mistico, se vuol trovare uno spazio nel mondo.

Lettera della settimana

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