Diamoci del tu

La fede dei grandi

La prima volta che lo incontrai – per chiarire, purtroppo, la delicata  posizione di una persona che stava compromettendo l’ufficio a cui era stata assegnata – mi apparve subito come una figura solare, lontana dallo stereotipo del diplomatico, seppur ecclesiastico.

Nonostante fosse più anziano di me e già Cardinale, mi disse al primo sguardo: “Diamoci del tu, così facciamo prima”. Da quel momento per me fu sempre “don Achille”, così come io ero per lui “don Giuseppe”.

Dopo quel primo incontro si stabilì un rapporto continuo, anche perché, per il ruolo che ero stato chiamato a svolgere, i suoi consigli erano preziosi e, soprattutto, azzeccati.

Era un vero piacere conversare con Lui, fermarsi a pranzo in casa sua, come spesso avveniva, e sentirlo raccontare tanti avvenimenti di cui la sua vita di diplomatico era ricchissima.

Conosceva tutti e di tutti sapeva rilevarne le doti. Simpaticamente, rilevava anche i difetti e i limiti, cogliendone l’aspetto umoristico.

Mi ha sempre impressionato la fede con cui svolgeva il suo complicato servizio. Lo viveva come un ministero di Chiesa. Faceva riferimento soprattutto a due suoi superiori: i Cardinali Tardini e Casaroli, dei quali era ammiratore per la loro straordinaria intelligenza e fede.

Devo confessare che mi stupiva come tra le dinamiche della diplomazia si potesse trovare la fede, eppure era così.

La sua fede traspariva vivida ogni volta che parlava dei Pontefici: ne aveva conosciuti sei, coltivando con ciascuno un rapporto di stretta collaborazione. Li conosceva profondamente e sapeva come offrire loro un sostegno concreto, ponendosi al loro servizio con saggezza e dedizione.

Rimasi colpito, in particolare, dalla sua testimonianza circa il radicale mutamento del Cardinale Pacelli nel momento in cui divenne Pio XII: il passaggio da superiore a Papa aveva trasformato ogni cosa.

Dinanzi al mio stupore, egli richiamava l’esempio dei suoi antichi maestri, specialmente del Cardinale Tardini, il quale, con la sua travolgente simpatia trasteverina, manifestava una dedizione così autentica nel proprio operato da coinvolgere inevitabilmente tutti noi giovani.

Vedendolo così convinto e sereno nel suo ufficio, non potevo che scorgervi l’essenza di quanto Sant’Ignazio chiedeva ai gesuiti: servire Gesù Cristo nella persona di Pietro.

All’impegno in Segreteria di Stato, egli univa la responsabilità pastorale di Villa Nazareth, dove seguiva i giovani con la sollecitudine di un padre. La sua attenzione per la vita spirituale non veniva mai meno, estendendosi con naturalezza anche a coloro che incontrava per ragioni professionali: in ogni istante della sua esistenza, egli non smise mai di essere, nel profondo, prete e Vescovo.

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